Dedica 2020: Hisham Matar protagonista della 26^ edizione

Dal 7 al 14 marzo, a Pordenone, la 26^ edizione del festival dell’Associazione Culturale Thesis

Si rinnova la formula che contraddistingue Dedica e ne determina l’unicità: otto giorni con Hisham Matar e i temi di cui si nutre il suo universo narrativo

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Hisham Matar, premio Pulitzer nel 2017 per “Il ritorno”, libro struggente e potente
sul suo rientro in patria dopo 30 anni di esilio e
una vita indissolubilmente segnata dalla sparizione del padre, oppositore di Gheddafi

scrittore pluripremiato, saggista, docente di letteratura, i suoi libri, caratterizzati da una scrittura asciutta ma straordinariamente poetica, sono tradotti in 40 lingue

la sua opera condurrà il pubblico dentro la storia e l’attualità

Pordenone, 14 novembre 2019 - È Hisham Matar, scrittore di origini libiche che vive tra Londra e New York, vincitore del premio Pulitzer 2017, con The return. Fathers, sons and the land in between, Penguin 2016 (Padri, figli e la terra fra di loro, Einaudi 2017) racconto struggente e potente di un ritorno in patria - quello dell’autore stesso, dopo un esilio durato più di trent’anni, e della ricerca di un padre scomparso - il protagonista di Dedica 2020.
“Al di là della qualità indiscutibile dell’opera di un autore tradotto in 40 lingue, pluripremiato, con una bibliografia ristretta ma di grandissimo spessore e riconoscimento e i cui saggi sono pubblicati sul New York Times, sul Guardian, sul Times – afferma il curatore artistico del festival Claudio Cattaruzza – ancora una volta la scelta è caduta su uno scrittore la cui vicenda personale ci porta dritti dentro la storia e dentro l’attualità. E Dedica diventerà come sempre anche occasione per avere uno sguardo alto e privilegiato su altri Paesi”.

Organizzata dall’associazione culturale Thesis con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, del Comune di Pordenone e della Fondazione Friuli, cui si aggiungono altri soggetti privati, la rassegna monografica, giunta alla 26^ edizione, è in programma a Pordenone dal 7 al 14 marzo 2020, declinata in otto giorni fra conferenze, letture teatrali, musica, mostre, incontri con il protagonista e con personaggi legati al suo mondo.

La vita e le opere di Hisham Matar, diventato famoso con il romanzo “Nessuno al mondo” (Einaudi, 2006), sono indissolubilmente segnate dalla vicenda della scomparsa del padre, oppositore al regime di Gheddafi, nel 1990.
Nato nel 1970 a New York, Matar ha trascorso la sua infanzia prima a Tripoli, quindi al Cairo, costretto poi a trasferirsi a Londra con la famiglia nel 1986. Aveva 19 anni ed era uno studente universitario (a Londra conseguirà la laura in architettura) già in condizione di esilio, dunque, quando suo padre Jaballa, imprenditore con incarichi diplomatici di alto livello, amico del re Idris deposto da Gheddafi, fu sequestrato nel suo appartamento del Cairo dai servizi segreti egiziani, consegnato alle autorità libiche, rinchiuso nella famigerata prigione di Abu Salim e fatto sparire per sempre. Da quel giorno, infatti, di lui non si è più saputo niente, sono stati mossi i canali diplomatici, si sono susseguiti vari appelli di scrittori e colleghi di Matar per chiederne liberazione, ma invano.
Ventidue anni più tardi, Matar, che non ha mai smesso di cercarlo, approfitta dello sprazzo di speranza aperto dalla rivoluzione del febbraio 2011 per fare finalmente ritorno nella terra della sua infanzia felice. E il libro, straordinario, che ne seguirà è sì un’autobiografia, ma anche un diario, una cronaca giornalistica, un giallo, un lungo poema in prosa e un volume di storia recente sulla Libia. “Quest’uomo che sparisce nel nulla - sottolinea Claudio Cattaruzza - è elemento presente in tutti i libri di Matar, è il dolore per l’assenza, per la privazione di un affetto senza una giustificazione. Un tema che attraversa la sua opera insieme al concetto dell’esilio, il tutto sostenuto da una scrittura asciutta ma straordinariamente poetica”.

A proposito del suo rapporto con la scrittura Matar dichiara che “ogni libro comincia con un gesto, una frase, un'atmosfera, un personaggio, che ti spingono ad andare più a fondo. Credo che ogni libro arrivi con un suo proprio carattere, compiuto. Il mio lavoro sta nell'usare la massima attenzione per coglierlo, mettendo me e i miei desideri da parte. Quando scrivo, voglio essere posseduto dal libro, "esserne scritto". Quando finisci è un misto di euforia e panico, come essere gettato in strada, senza più scopo. È il paradosso dello scrivere: da una parte sei solo, si investe molto l'ego, dall'altra è un esercizio di umiltà, devi arrenderti al libro".