Festivaletteratura Mantova: I numeri della XXI edizione 

Come annunciato lo scorso anno al termine dell’edizione del ventennale, Festivaletteratura è tornato a un numero di eventi più contenuto, allargando al contempo la sua presenza a tutto il perimetro della città.


Questi i numeri dell’edizione 2017 di Festivaletteratura: 62 mila biglietti staccati e 60 mila presenze stimate agli incontri gratuiti, per un totale di 122 mila.



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Nel dare appuntamento al 2018, dal 5 al 9 settembre, eccovi il testo che Davide Longo ha scritto per noi al termine di questa edizione:


“Partecipo al Festivaletteratura di Mantova dal 2001 e, mio malgrado, nemmeno allora ero un bambino. Però ero al mio primo libro, quindi vivevo una forma di infanzia: a Mantova ho incontrato per la prima volta dei lettori che erano lì per me, ho risposto alle loro domande e ho capito che una parte di questo meraviglioso mestiere che è produrre storie consiste nell’apparire in pubblico, decidere che maglietta mettere, cosa dire, cosa non dire, acqua naturale o gasata, come risuonerà quello che dici nelle orecchie altrui.


È di questo che vi voglio parlare: del perché gli autori aspettano l’invito del Festival di Mantova con molta più trepidazione di quanto accada con altre realtà altrettanto note (non molte) e frequentate dal pubblico (pochissime) in Italia e nel mondo (in questo secondo caso, forse un po’ di più).


Vi voglio parlare di questo perché del resto dicono i numeri impressionanti che Festivaletteratura inanella in termini di ospiti, presenze e impatto sul mercato editoriale. Ma cosa pensano gli autori che prendono voli, treni, automobili e vengono in questa città per diventare parte del Festival? Magari con mogli, mariti, figli, amanti o con l’intenzione di trovarne sul posto. Di amanti, soprattutto. Magari anche di mogli, mariti e figli. Negli anni sarà successo di sicuro anche questo.


Uomini e donne che hanno scritto storie e partono per andare a renderne conto di fronte a un pubblico, mettendo in valigia i problemi e gli entusiasmi che abbiamo tutti: i pensieri amari, un romanzo che non decolla, un innamoramento, una crisi coniugale, un vuoto di creatività o un momento di grande fertilità narrativa, un figlio che dà problemi, altri che ti riempiono di soddisfazioni. Tutto in valigia e via a Mantova. Perché lo fanno? Perché lo fanno con tanto piacere? Tutti.


Ho due certezze. Una: non lo fanno per denaro. Non sei pagato per venire qui, ma solo rimborsato delle spese. Due: lo fanno perché il Festival di Mantova è democratico e pieno di rispetto per l’autore e di conseguenza per l’essere umano che sei.


Nel concreto significa che puoi essere uno scrittore di vent’anni al primo libro, un poeta quasi estinto che ha venduto cinquantasette copie nella sua vita, il fenomeno letterario del momento o il personaggio televisivo che tutte le redazioni si strappano di mano. Entrerai nella tua camera (magari un po’ più fighetta e centrale, se appartieni alle seconde due categorie) e troverai la tua borsina con il programma, la cartina della città, la maglietta, il pass, i consigli, i buoni pasto e un vasetto di marmellata perfettamente Mantovana.


Se avrai bisogno di qualcosa tutti ti tratteranno con la stessa competenza e gentilezza, con lo stesso rispetto. Semplicemente perché hai scritto una storia, ti hanno invitato e lo hanno fatto a ragion veduta (il Festival è come la mamma: quando ti chiama, anche se non sai perché, è meglio che vai. Lei lo sa).


Se avrai bisogno di qualcosa tutti ti tratteranno con la stessa competenza e gentilezza, con lo stesso rispetto. Semplicemente perché hai scritto una storia, ti hanno invitato e lo hanno fatto a ragion veduta (il Festival è come la mamma: quando ti chiama, anche se non sai perché, è meglio che vai. Lei lo sa).


Per dirvi quanto tutto questo sia vero… Mentre sto scrivendo, in questa bella stanza che ospita la segreteria e l’accoglienza autori, al primo piano di palazzo Castiglioni è entrato Saunders con la sua interprete. Sta salutando, ringraziando, viene ringraziato. Poco fa c’era Richard Mason, scrittore, ma anche pianista. Tra qualche ora (ma spero di aver finito e di essere a sentire un incontro, so che lei non me ne vorrà) ci passerà probabilmente Elizabeth Strout. Siederà in questa stanza, magari proprio su questa sedia, a fianco del poeta con le sue cinquantasette copie, dell’autore esordiente, dello scrittore finnico, di quello siriano, di quello di Poggibonsi e di altri che occupano le infinite sfumature di grigio (magari sarà passata o passerà di qui anche lei) del mondo dei libri. Ci faremo tutti un caffè con le stesse cialde, due chiacchiere in inglese più o meno stentato, un bicchiere di vino, una battuta, una pipì, e via, verso incontri, lettori, voli, treni, famiglie e vite tanto diverse in quanto a illuminazione.


Poi qui si mangia divinamente, nei ristoranti come nella mensa per autori e volontari. Ci sono in giro settecento volontari con la maglietta del Festival che rappresentano un balsamo al pessimismo sulla gioventù d’oggigiorno, e poi tutto funziona alla perfezione, e parli con lettori competenti, editori quasi umani, giornalisti quasi udenti, agenti quasi disarmati, fotografi rispettosissimi: la parte illuminata della luna, siamo d’accordo.


Ma il motivo per cui siamo qui – e vorremmo esserci anche l’anno prossimo – è che possiamo essere tutti esattamente quello che siamo: schivi, istrionici, ironici, di successo, sconosciuti, seriosi, viziati, spartani, bisognosi di bagni di folla o eremiti in breve vacanza. Il Festival ti chiede e ti permette di essere quello che sei. Noi chiediamo al Festival di continuare a essere quello che è. Le persone che vengono agli incontri, che li affollano, forse non lo sanno, ma lo sentono. Lo amano e noi con loro."


Davide Longo, Festivaletteratura 2017